Oggi voglio fare un salto in avanti di alcuni anni, in piena cultura digitale. L’idea mi ha assalito sfogliando un libro di Umberto Eco, La bustina di Minerva, dove il semiologo affronta il tema del linguaggio dei giovani di oggi, ricco di parole prese dai social, dall’inglese o dai videogiochi. Parole come: postare, un botto, spoilerare, cringe, bro, ghostare, ecc… di uso comune nel linguaggio della Generazione Z (nativi digitali) ma incomprensibili per noi immigrati digitali (i boomers). Le uniche parole che ricordo è che nel lontano 1956 e oltre erano sghei ( i soldi) e tamarro (cafone). Quest’ultimo riadattato anche nel linguaggio odierno ma con il significato di rozzo, volgare, di periferia.

Nativi digitali
Eco aggiunge che con il passare degli anni egli ha assorbito nel proprio lessico, se non come parlante attivo almeno come ascoltatore passivo, “gasato, rugare, tavanare, sgamare, assurdo, punkabbestia, mitico, pradaiola, pacco, una cifra, lecchino, rinco, fumato, gnocca, cannare, essere fuori come un citofono, caramba, tamarro, abelinato, fighissimo, allupato, bollito, paglia e canna, fancazzista, taroccato, fuso, tirarsela. Ancora giorni fa un quattordicenne mi ha informato che a Roma, anche se si capisce ancora “marinare”, in ogni caso non si usa più “bigiare” ma si dice: pisciare la scuola”.
Eco continua: “Comunque, a essere sincero, preferisco i neologismi giovanili al vizio adulto di dire a ogni piè sospinto “e quant’altro”: Non potete dire “e così via” o “eccetera”? Per fortuna son tramontati “attimino” ed “esatto”, che si sentono molto meno. Pazienza, meglio i vezzi linguistici che l’uso improprio della lingua, visto che recentemente un nostro deputato, per dire che non l’avrebbe tirata per le lunghe, ha affermato in Parlamento che sarò “ breve” e “circonciso”, sarebbe stato preferibile che si fosse limitato a dire soltanto “sarò breve senza aggiungere altro.
Sarò breve circoscritto anch’io ma vorrei aggiungere una storiella che mi raccontava spesso mio nonno, vissuto a cavallo fra ‘800 e il ‘90, utile a capire che anche allora c’era già qualcuno che usava un linguaggio slang, o come direbbero oggi i giovani digitali:“giovanilese”. Ecco la storia: Un ricco signore cercava di insegnare le suo stalliere un linguaggio gergale in modo che quando gli ordinava qualcosa di segreto da fare per lui i presenti non potessero capire cosa gli ordinasse. Per questo astruso linguaggio lo stalliere prese tante frustate finché un giorno finalmente mise in essere la sua preparazione.

Incendio nel pagliaio
Entro’ in camera da letto dove il padrone dormiva con la moglie e disse: “Alevate patrone, lascia la tua gloria mintati lì caccia e minta e corri alla calasutta c’hanno misu fuaco allu filo cannoiaro e lu surice sardignuolu abballa e rida”. Il padrone finalmente contento si complimentò con lui ma questi continuava a ripetere quelle parole sempre con più foga. Quando finalmente i fumi della paglia incendiata nella stalla giunsero anche in camera da letto il padrone capì cosa stava succedendo. Ma ormai era troppo tardi! Mi piace pensare che mio nonno avendo avuto diverse mogli qualche suo erede abbia pensato a lui per cimentarsi in questo nuovo linguaggio.